L’idea di costituire una nuova regione italiana, oltre le venti già esistenti, previste dal dettato costituzionale (art. 131), occupa da qualche tempo le pagine dei quotidiani e una fetta del dibattito politico nella nostra Provincia. Nulla da eccepire riguardo all’idea in sè, pienamente legittima sotto il profilo giuridico e costituzionale (art. 132). Quelle che mi sembrano paradossali sono le pseudo-motivazioni di carattere “storico” che hanno indotto parte della classe dirigente della Provincia di Salerno a farsi promotrice di questa iniziativa, tentando di fornirle una sorta di ”nobilitazione” sotto il profilo non unicamente politico, ma dire quasi “culturale”, ricollegandola ad uno dei “momenti storici” fondamentali del passato delle nostre comunità. Non intendo assolutamente entrare nel merito giuridico e politico della questione, che non spetta a me giudicare approfonditamente, anche perchè non sono un esperto della materia, non essendo nè un costituzionalista nè un politico di professione. Pertanto, mi limiterò semplicemente ad esaminare il “dato storico” che, davvero incessantemente, è riproposto dal presidente della Provincia di Salerno e dai suoi “collaboratori” e sodali di partito, come uno dei tanti elementi “giustificatori” di questa iniziativa. Prima però mi siano concesse, da profano, due brevi osservazioni. Come ho detto, la carta costituzionale prevede espressamente nell’art. 132, una specifica procedura per la costituzione di nuove regioni. Un’iniziativa di questo tipo, quindi, non avrebbe nulla di illegittimo o di “straordinario”, non dovrebbe susciatare “allarmi” sulla tenuta dell’ordinamento democratico dello Stato italiano, nè indurre a formulare ipotesi di stampo secessionista o pseudo-leghista che sembrano denotare una sorta di “timore” verso ogni forma di novità, anche bizzarra, che il nostro scenario politico locale spesso ci offre. Ovviamente si tratta di una procedura particolarmente laboriosa che, comportando la modifica del numero delle regioni attualmente esistente, contemplato nell’art.131 del dettato costituzionale, dovrebbe essere sanzionata da una legge costituzionale, approvata dal parlamento nazionale con maggioranze speciali (art. 138), al termine di un processo di consultazione della volontà delle popolazioni dei territori interessati, attraverso la richiesta di pareri ai consigli comunali coinvolti e l’attivazione di un eventuale referendum consultivo. La Provincia di Salerno, non lo si dimentichi, è una delle province territorialmente più estese d’Italia e demograficamente una delle più ricche ed avrebbe, pertanto, anche i requisiti “numerici”, per potersi costituire in una regione autonoma (un milione di abitanti, art. 132 cost.). Il discorso fatto, dunque, sotto il profilo, diciamo così, “formale”, invita a rassicurarsi, se ce ne fosse bisogno. Sotto il profilo ”sostanziale”, cioè dell’opportunità politica e non solo (anche economica ed amministrativa) di attuare una scelta del genere, non si può che affidarsi al senso di responsabilità ed alla lungimiramnza delle classi dirigenti del territorio della Provincia di Salerno. Certo è che non si possono dimenticare i “tristi primati” che la Regione campania, specie negli ultimi anni, ha collezionato, a causa dell’incapacità e dell’inettitudine della sua classe politica, nel campo dei rifiuti, della sanità, delle infiltrazioni criminali nel tessuto amnministrativo e produttivo. Primati che, come sanno tutti, hanno condotto la Campania stessa ad essere una delle Regioni “più disastrate” del Paese, continuamente alla ribalta delle prime pagine dei giornali, per eventi spiacevoli e, spesso, vergognosi. Date tali premesse, sarebbe quindi opportuno, in una situazione del genere, decisamente non rosea, dividere territori, popolazioni, risorse, anzichè unirle in uno sforzo comune di crescita e di sviluppo? La risposta, decisamente difficile, non spetta a me, ma è nelle mani di quella fetta della classe dirigente provinciale, ma non solo, che ha promosso questa iniziativa, con in testa il presidente della giunta, on. Edmondo Cirielli. Veniamo ora al cuore del problema, cioè all’ “uso politico” che la giunta provinciale di Salerno sta facendo, da qualche tempo a questa parte, del “passato medievale”, soprattutto longobardo, della città di Salerno, al fine di “giustificare”, sulla base di una lunga e nobile tradizione di eventi, l’iniziativa politica di costituire una nuova regione italiana; regione che dovrebbe costituirsi, in concreto, attraverso lo “scorporamento” dal territorio dell’attuale Regione Campania, della Provincia di Salerno, al fine di costituire, appunto, la nuova regione, di o del “Principato”. Premetto che ogni comparazione o sovrapposizione di eventi storici, spesso tanto distanti nel tempo, collocabili in “dimensioni culturali” tanto differenti tra loro, può dare luogo solo a fraintendimenti ed errori grossolani, falsando, per così dire, il compito stesso di uno storico onesto, quello cioè di ricostruire le cause e le dinamiche interne ai singoli fatti nel loro specifico contesto di riferimento, spaziale e temporale. Ogni volta che la storia è anche piegata a soddisfare fini politici e non puramente “scientifici”, le grossolanità e gli errori cui accennavo, possono essere lampanti ed anche, spesso, artificiosamente voluti. I continui riferimenti alla storia longobarda del Principato salernitano, che il presidente della Provincia Cirielli e gli uomini del suo partito, continuamente fanno, al fine di ammantare di nobili e antichissime radici, l’ “operazione” tutta politica, di costituzione di una nuoiva regione italiana, sono decisamente fuori luogo e spesso denotano un’ignoranza notevole dell’esatta portata degli eventi. Infatti, nonostante le continue citazione del Presidente Cirielli, non bisogna dimenticare che la “primogenitura” politica della compagine statale longobarda nel Mezzogiorno d’Italia spetta alla città di Benevento e non di Salerno. E questo anche da un punto di vista non solo propriamente politico, ma anche cronologico. L’occupazione militare di Salerno da parte dei Longobardi (640 ca.), infatti, fu posteriore di circa sessant’anni a quella beneventana. Fino alla conquista longobarda infatti, Salerno era stato un caposaldo della dominazione bizantina nel Mezzogiorno (VI-XI sec.). Inoltre, anche dopo la conquista del VII sec., Salerno non assunse mai il ruolo di “capitale politico-amministrativa”, per così dire, del Ducato (e solo più tardi Principato!) longobardo di Benevento. Solo due secoli più tardi (nell’ 849) e al termine di una decennale guerra civile (839-849) condotta contro i Beneventani, Salerno si costituì come entità politica “autonoma” rispetto a Benevento, cioè in ”autonomo” Principato. V’ è da notare, poi, che il Principato longobardo di Salerno, destinato a durare fino alla conquista normanna del 1076, ebbe, fin dalle origini, un’estensione territoriale molto più ampia di quella dell’attuale Provincia di Salerno che si vorrebbe costituire in ventunesima regione d’Italia! Infatti, il Principato comprendeva oltre che una fetta del territorio campano anche la Lucania e una parte della Calabria settentrionale, per quanto si trattasse di confini politici decisamente mobili, perchè soggetti agli esiti, vittoriosi o meno, delle continue guerre combattute dai Longobardi contro i soldati dell’Impero bizantino che, come ho detto, occupava il residuo territorio del Mezzogiorno. Altro fatto molto importante, poi, da considerare, è che la nascita del Principato salernitano, con la sua nuova capitale, costituì l’esito di una guerra civile decennale, originata da dissidi dinastici interni alla compagine politica beneventana (l’uccisione del principe di Benevento Sicardo, nell’839 da parte del tesoriere Radelchi) e non costituì, pertanto, l’esito, seppur sanguinoso, di una lotta di liberazione dal “napolicentrismo” (termine continuamente abusato) o il compimento ”fatale” delle velleità autonomistiche dei ceti dirigenti Salernitani, in perenne lotta contro il centralismo burocratico della corte Beneventana. Una cruda realtà di dominio e di potere (forse anche oggi?), mescolata ad ambizioni dinastiche, determinò quindi la nascita del Principato di Salerno nella prima metà del IX sec.. Un’altra questione va inoltre chiarita, quella del ruolo giocato dal principe longobardo Arechi II (758-787), nella storia politica della città di Salerno e del Principato longobardo, spesso sopravvalutata. Come si sa, infatti, il principe Arechi II è uno dei “personaggi preferiti” dal presidente della giunta provinciale on. Edmondo Cirielli, oltre a essere da egli molto spesso menzionato in varie occasioni, ufficiali e non, tanto che il suo nome è stato persino usato per denominare un’associazione politico-culturale, la Principe Arechi appunto, vicina al PDL provinciale, un’associazione che il presidente Edmondo Cirielli ha promosso e fortemente voluta. Sciogliamo subito un dubbio: il principe longobardo Arechi II non fornì alcun contributo alla nascita del Principato longobardo di Salerno, nell’849, semplicemente perchè era già morto da poco meno di un secolo. Casomai bisognerebbe, per essere esatti, elogiare la memoria del principe Siconolfo (839-851 ca.. ma chi era costui?), se proprio si volesse citare il primo principe longobardo di Salerno ed individuare in lui, uno dei “padri fondatori” della costituenda regione del “Principato”. Ma andiamo avanti. Arechi II fu certo principe, ma non di Salerno, semmai di Benevento. Nell’VIII sec., infatti, caduto il Regno longobardo di Pavia (774), nel nord Italia, sotto la potenza degli eserciti franchi di Carlo Magno, Arechi II si autoproclamò “principe”, abbandonando il precedente titolo di “duca” dei Longobardi del Sud Italia, intendendo sottolineare, così, la persistenza di una continuità politica e “culturale” dei Longobardi dell’Italia settentrionale, trasfusa in quelli del Sud, al momento del tracollo politico del Regno pavese. Arechi, quindi si proclamò principe di Benevento e non di Salerno, perchè Benevento, in quel momento (774), era la capitale politica dei Longobardi del Mezzogiorno. Questo non significa però, che il principe Arechi nel corso del suo lungo regno, non rivolse una particolare attenzione alla città di Salerno, promuovendovi importanti opere pubbliche (le mura, il castello, la cappella palatina ecc.), attualmente ancora visibili, e soggiornandovi a lungo con la sua corte, ma sia chiaro che non vi trasferì, ufficialmente, mai la “capitale” del suo regno che rimase sempre e comunque Benevento, e, soprattutto, non diede mai vita ad un “fantomatico” Principato salernitano. L’importanza del principe longobardo deve, inoltre, essere ridimensionata anche sotto il profilo puramente militare. Non si può certamente ed anacronisticamente farne un “eroe” dell’indipendenza e dell’autonomia del nostro territorio dagli invasori Franchi, provenienti dal nord. Arechi, infatti, evitò sempre, prudentemente, lo scontro militare con gli eserciti franchi, preferendo ricorrerre alla sottile arte della diplomazia. non esitando, pur di conservare il possesso del suo Principato, a fare atto di sottomissione al re dei Franchi Carlo Magno (786), piegandosi ad un esoso tributo, a consegnare ostaggi (tra cui il figlio Grimoaldo) e a rinunciare ad una politica estera autonoma. Conservò un Principato è vero, ma era un Principato a sovranità limitata, non realmente libero. Tutto quanto ho detto, non intende assolutamente sminuire l’importanza che la figura di questo principe ha, nella storia del Mezzogiorno e della città di Salerno, ma intende ricondurne la figura solo alla “verità” storica, depurandola di pseudo-esaltazioni che veramente non trovano ragion d’essere, se non nella volontà, lo ripeto, di forzare il “dato fattuale”, alle necessità ed ai bisogni attuali della politica locale, impedendo così di acquisire una reale visione delle cose. Alla fine di questa breve disamina, allora, quali conclusioni si possono trarre? La classe dirigente della Provincia di Salerno si concentri sulle reali priorità delle popolazioni del nostro territorio e, se convinta dell’opportunità politica, ma non solo di quella, di perseguire l’obiettivo di promuovere la costituzione di una nuova regione, lo faccia pure (tra l’altro il dettato costituzionale lo consente, nel rispetto delle specifiche procedure), ma assumendosene le relative responsabilità, evitando, se possibile, di utilizzare a giustificazione delle sue iniziative eventi lontani nel tempo, spesso mal conosciuti se non totalmente ignorati e astenendosi da approssimative affermazioni che lasciano il tempo che trovano e che, mi sia consentito, tentano di stornare l’attenzione dell’opinione pubblica dai reali problemi delle nostre comunità.
Dott. Tommaso Indelli, Dottore di Ricerca e Borsista presso l’Università degli Studi di Salerno.












I leghisti andrebbero pazzi per questa cosa …
come per loro comunque la proposta è da cassare non per il dibattito storiografico – perfetto e approfondito del Dott. Indelli – ma perchè la proposta è stata fatta per creare posti dove mangiare a tradimento sulle spalle degli Italiani. Che poi è quello che fa la Lega quando non vuole tagliare le province …